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giovedì 27 maggio 2010

La verità sul fallito attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone

Riprendono, dopo vent’anni, le indagini sul fallito attentato all’Addaura, del 20 giugno 1989, ai danni del giudice palermitano Giovanni Falcone. Quella notte, inquietanti presenze si aggiravano nei dintorni dell’abitazione estiva del magistrato; non solo sicari, ma probabilmente anche agenti dei servizi segreti. «Falcone era il nemico numero uno di cosa nostra, ma era inviso pure a tanti centri di potere, anche istituzionali, contrari ai suoi progetti», così dice Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia. Chi lo voleva morto, dunque, non era solo la mafia e lui lo sapeva bene: «devo rimanere qui perché loro - un “loro” indefinito - devono sapere che io non ho paura, ma renditi conto che ormai sono un cadavere ambulante» aveva confessato alla sorella, Maria Falcone. A disinnescare i candelotti di dinamite posti tra gli scogli vicino alla villa, erano stati, quasi certamente, Antonino Agostino ed Emanuele Piazza, il primo, agente del commissariato San Lorenzo, il secondo, ex agente di polizia, che collaborava con il Sisde. I due furono trovati morti nei mesi successivi. Anni di depistaggi sull’attentato avevano fatto seguire, per entrambi i casi, la pista passionale. Ma cosa si nascondesse in realtà dietro quelle uccisioni, rimane, ad oggi, un mistero, così come misteriosi restano i motivi per i quali non si sia indagato sin da subito sui fatti. Falcone, come tristemente noto, morirà tre anni dopo, il 23 maggio 1992, sempre con una superbomba nell’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci.

Veronica D’Amico

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